Pasquale Serafini,


contro


Comune di Rimini, in persona del legale rappresentante in carica rappresentato e difeso dall'avv. Maria Assunta Fontemaggi, con domicilio eletto presso Maria Teresa Barbantini in Roma, via Caio Mario, 7;

per l'annullamento

della sentenza del T.A.R. EMILIA-ROMAGNA - BOLOGNA: SEZIONE I n. 00147/2014, resa tra le parti, con cui il giudice amministrativo ha dichiarato il difetto di giurisdizione in ordine alla impugnazione delle delibere comunali recanti determinazione del costo di acquisizione delle aree e ripartizione delle somme derivanti dai maggiori oneri di acquisizione da recuperare tra i soggetti convenzionati


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;


Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Rimini;


Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;


Visti tutti gli atti della causa;


visti gli artt. 105, co. 2 e 87, co. 3, cod. proc. amm.;


Relatore nella camera di consiglio del giorno 8 luglio 2014 il Consigliere Fabio Taormina e uditi per le parti gli Avvocati Carullo e Fontemaggi;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Con la sentenza in epigrafe impugnata il Tribunale amministrativo regionale dell’Emilia- Romagna – Sede di Bologna - pronunciandosi sul ricorso corredato da motivi aggiunti proposto dalle parti odierne appellanti indicate in epigrafe, ha dichiarato il difetto di giurisdizione del plesso giurisdizionale amministrativo in ordine alla domanda di annullamento da esse proposta.


Il mezzo di primo grado, in particolare, era volto ad avversare la delibera G.C. del Comune di Rimini, n. 122 del 16.05.2013 avente ad oggetto "V P.E.E.P. Ausa - Determinazione del costo di acquisizione delle aree e ripartizione delle somme derivanti dai maggiori oneri di acquisizione da recuperare tra i soggetti convenzionati, approvazione delle modalità procedurali - Approvazione dei criteri e delle modalità procedurali per la determinazione dei corrispettivi per la trasformazione in proprietà delle aree già concesse in diritto di superficie e per l'eliminazione dei vincoli di alienabilità esistenti su quelli ceduti in proprietà";


- in parte qua la delibera G.C. del Comune di Rimini n. 189 del 30.07.2013 avente ad oggetto: "V P.E.E.P. - Criteri e delle modalità procedurali per la determinazione dei corrispettivi per la trasformazione in proprietà delle aree già concesse in diritto di superficie e per l'eliminazione dei vincoli di inalienabilità esistenti ai sensi dell'art. 31 commi 45 e ss. L. n. 448/1998";


le deliberazioni del C..C. del Comune di Rimini, n. 76/1996, 104/1996, 168/1996, 141/2009, la determinazione dirigenziale n. 1420/2009 e gli atti di ripetizione delle maggiori somme pretese e gli atti a questi presupposti, connessi e/o conseguenziali.

Il mezzo era altresì volto all’accertamento del diritto degli originari ricorrenti a nulla dover corrispondere a titolo di maggiori oneri di esproprio e a non dover riscattare le rispettive proprietà essendo proprietari totalmente dei rispettivi beni.


Le parti odierne appellanti avevano fatto presente di essere assegnatarie (o già assegnatarie), ovvero aventi causa dagli assegnatari degli alloggi del V PEEP AUSA e di essere stati destinatari della richiesta delle maggior somme pretese dal comune di Rimini a titolo di maggiori oneri espropriativi e a titolo di corrispettivo per l’acquisizione della piena proprietà degli alloggi.


Ciò in quanto le procedure ablatorie avviate non si erano concluse tutte prima dell’assegnazione degli alloggi (e ciò a seguito del contenzioso attivato dai proprietari delle aree concernente la determinazione delle somme dovute a titolo di esproprio).


Il comune aveva chiuso i contenziosi avviati attraverso la stipulazione di numerose transazioni e, successivamente, quantificò con gli atti in epigrafe indicati le somme dovute dagli assegnatari avviando il procedimento di recupero di detti maggiori oneri.


Avverso detti provvedimenti (nonché per l’accertamento del diritto dei ricorrenti a non dover corrispondere alcunché all’amministrazione nonché per l’accertamento di non dover alcunché per il riscatto delle rispettive proprietà per l’eliminazione dei vincoli di inalienabilità accertando altresì che “i ricorrenti sono totalmente proprietari dei rispettivi beni”) era stato adito il Tar.


Il primo giudice – evidenziato che il nucleo centrale della controversia riguardava la pretesa del Comune di Rimini di ottenere, dagli appellanti, un conguaglio per il corrispettivo della concessione in diritto di superficie (o in proprietà) delle aree acquisite per la realizzazione del V PEEP AUSA- ha accolto l’eccezione di difetto di giurisdizione articolata dall’appellata amministrazione comunale.


Richiamato l’indirizzo generale secondo cui "rientra nella giurisdizione del giudice ordinario la domanda avente ad oggetto il pagamento del corrispettivo della concessione del diritto di superficie, ai sensi dell'art. 10, della legge 18 aprile 1962, n. 167, come sostituito dall'art. 35, della legge 22 ottobre 1971, n. 865, su aree comprese nei piani per l'edilizia economica e popolare e, in particolare, la quantificazione di tale corrispettivo, nonché l'individuazione del soggetto debitore, allorché non siano in contestazione questioni relative al rapporto di concessione e in ordine alla determinazione del predetto corrispettivo non sussista alcun potere discrezionale della P.A." (Cassazione civile, sez. un., 05 maggio 2011, n. 9842;Cass. civ. Sez. Unite, 10 agosto 2011, n. 17142; Cassazione civile, sez. un., 10 settembre 2004 n. 18257) e dato atto che la giurisprudenza amministrativa condivideva detto assunto, ha ulteriormente approfondito la tematica.


Ed a tale proposito ha espresso il convincimento per cui la controversia avente ad oggetto la determinazione del corrispettivo dovuto dal privato per il trasferimento del diritto di proprietà e la cessione del diritto di superficie, nell'ambito di convenzione stipulata ai sensi della normativa che regola le espropriazioni e la successiva assegnazione delle aree da destinare ad edilizia economica e popolare (art. 10 della legge 18 aprile 1962, n.167, come sostituito dall'art. 35 della legge 22 ottobre 1971, n. 865, e succ. modificazioni e innovazioni), possa spettare alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ai sensi degli artt. 5 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034 e 11 della legge 7 agosto 1990, n. 241, solo laddove sia messa in discussione la legittimità delle autoritative manifestazioni di volontà della P.A. nell'adozione del provvedimento concessorio cui la convenzione accede, della quale sia contestato "ex ante" il contenuto con riguardo alla determinazione del corrispettivo dovuto dal concessionario, e non qualora siano messe in discussione "ex post" la misura del corrispettivo (da stabilirsi in base alle pattuizioni ivi contenute o in diretta applicazione dei criteri legali) o l'effettività dell'obbligazione di pagamento. (Cass. civ. Sez. Unite, 30 marzo 2009, n. 7573).


Nella fattispecie sottoposta a scrutinio –ad avviso del Tar- non ricorreva una simile evenienza: ciò, in quanto ancorchè fossero stati dedotti anche vizi procedimentali e partecipativi il petitum sostanziale concerneva la quantificazione delle somme dovute (e ciò ancorchè il petitum postulasse l’accertamento se fosse –o meno- legittimo computare il costo di alcune aree che si ritenevano da parte degli appellanti non destinate a servizio esclusivo del PEEP, oltre alla fondatezza o meno dell’eccezione di prescrizione dedotta).


La determinazione della somma complessivamente dovuta non richiedeva alcun tipo di discrezionalità in capo all'ente pubblico, essendo individuati direttamente dalla normativa i criteri per giungere alla quantificazione finale dell'importo che doveva, eventualmente, essere corrisposto a titolo di conguaglio ancorchè ciò richiedesse accertamenti di fatto privi del carattere di discrezionalità.

Il Tar ha pertanto declinato la giurisdizione in favore del Giudice Ordinario.

Gli originarii ricorrenti hanno proposto un articolato appello chiedendo che venisse affermata la sussistenza della giurisdizione del plesso giurisdizionale amministrativo e che la sentenza di primo grado venisse annullata con rinvio al Tar.


Ripercorsa anche cronologicamente la risalente vicenda infraprocedimentale, nel primo motivo di appello si è censurata la sentenza ex art. 112 cpc.

Ad avviso di parte appellante, infatti, quest’ultima avrebbe omesso di pronunciarsi su una parte del mezzo di primo grado.


Il detto mezzo, infatti, era idealmente e graficamente suddiviso in due parti (circostanza necessitata in quanto, anche i provvedimenti gravati riguardavano due situazioni giuridiche distinte seppur prese in esame unitariamente): in una porzione dello stesso, infatti, si contestava il recupero dei maggiori oneri di esproprio.


Nell’altra si contestava la determinazione dei corrispettivi ex art. 31 della legge n.448/1998, in relazione alla quantificazione delle somme da versarsi da parte degli assegnatari interessati al fine di rimuovere i vincoli di inalienabilità gravanti sui loro beni.

Trattavasi di attività discrezionale, riservata alla giurisdizione del GA, ed in relazione a tale parte del petitum la declinatoria di giurisdizione appariva incomprensibile.


Con la seconda censura parte appellante ha contestato la declinatoria di giurisdizione investente il recupero dei maggiori oneri di esproprio, richiamando la previsione di cui all’art. 133 comma 1 lett. F del cpa.


Peraltro, ha richiamato una recente pronuncia del Tribunale Ordinario di Rimini, (relativo ad altro Peep) facendo presente che, in sostanza, la pronuncia del Tar dava luogo ad un conflitto negativo di giurisdizione.


Per altro verso doveva farsi presente che: trattavasi di manifestazione del potere autoritativo;erano stati dedotti vizi relativi alla illegittimità della procedura con la quale l’Amministrazione aveva determinato il conguaglio dovuto; era stata eccepita la prescrizione.

La giurisdizione del GO in subiecta materia poteva operare soltanto laddove la pretesa fosse stata relativa alla entità del credito o debenza del conguaglio: non anche allorchè si controverteva su vizii della formazione della volontà pubblicistica (come dedotto nel caso di specie e come palese dalla compulsazione dei motivi del mezzo di primo grado).


Ha poi riproposto tutti i dodici motivi di censura articolati in primo grado e non esaminati dal Tar.


L’amministrazione comunale appellata ha depositato una articolata memoria chiedendo la reiezione del mezzo: da un canto non v’era attualità dell’interesse a ricorrere avverso la delibera n. 189/2013; per altro verso non si contestava la legittimità e validità, nell’an, delle convenzioni e delle delibere orginarie ma, ex post, il quantum debeatur ricadente sui beneficiarii.


Alla adunanza camerale del 29 aprile 2014 la domanda di sospensione della esecutività della gravata decisione è stata respinta dalla Sezione con ordinanza n. 01758/2014 alla stregua della considerazione per cui “seppur nei limiti della cognizione sommaria propria della presente fase cautelare le censure contenute nell’appello limitatamente alle problematiche in punto di individuazione del Giudice fornito di giurisdizione appaiono sfornite del prescritto fumus (si veda in proposito Cons Stato Sez. IV n.6411/2012 e soprattutto Cass. Sez. Unite n. 17142/2011).”

Alla odierna adunanza camerale dell’ 8 luglio 2014 la causa è stata posta in decisione dal Collegio.


1. La causa non necessita di alcun supplemento istruttorio e può essere pertanto integralmente decisa (ovviamente soltanto con riferimento al segmento relativo alla declinatoria di giurisdizione, ex art. 105 comma 2 del cpa), tenuto conto della infondatezza dell'appello.


1.1.Al fine di perimetrare l'oggetto del giudizio – e tenuto conto che l’odierna parte appellante ha anche riproposto nel presente giudizio le censure di merito- appare opportuno rammentare immediatamente che per la pacifica giurisprudenza formatasi in ordine alla interpretazione dell'art. 35 della L. 6 dicembre 1971, n. 1034, non possono essere esaminate nel grado di appello le questioni di merito, ove il giudizio debba essere rimesso al giudice di primo grado, (nel caso di errata dichiarazione di difetto di giurisdizione da parte del Tribunale amministrativo regionale). Infatti, in casi del genere appare ravvisabile quel " difetto di procedura " della sentenza appellata, che non consente di trattenere in decisione la causa per l'effetto devolutivo dell'appello, tenuto conto dell'esigenza di non sottrarre alle parti (ivi compresi i soggetti controinteressati) le garanzie del doppio grado di giudizio. (Consiglio Stato , sez. VI, 17 settembre 2009 , n. 5587).


1.2.Per completezza si rileva altresì che il comma 1 dell'art. 105 del codice del processo amministrativo ha espressamente positivizzato detto principio di matrice giurisprudenziale.


A fortiori, le dette questioni non potrebbero essere esaminate da questo Consiglio di Stato neppure laddove venisse confermata la declinatoria di giurisdizione resa dal primo giudice.


Ne consegue l'improponibilità nell'odierno segmento processuale di tutte le doglianze contenute nell'appello volte a riproporre gli argomenti di censura contenuti nel ricorso di primo grado che investono la asserita illegittimità dell'azione amministrativa.

L'esame di tali problematiche, infatti, almeno con riguardo al primo profilo delle censure esaminate dal Tar è logicamente successivo alla risoluzione della questione in ordine alla spettanza o meno della giurisdizione.


Tali questioni sono quindi esaminabili nel merito unicamente dal giudice fornito di giurisdizione ( si veda Consiglio Stato , sez. IV, 02 aprile 2008 , n. 1372 per la espressione di un analogo principio con riferimento alle questioni proponibili in sede di giudizio su regolamento di competenza).

2. Ciò premesso, il Collegio rammenta che per consolidato orientamento della Corte regolatrice della giurisdizione si ritiene che la connessione non costituisca valido strumento per derogare alle regole sulla giurisdizione. Fermo restando il principio generale dell'inderogabilità della giurisdizione per motivi di connessione, essendo il criterio di riparto fondato sulla separazione imposta dall'art. 103 Cost., comma 1, che rimette al giudice amministrativo la giurisdizione per la tutela nei confronti della P.A. degli interessi legittimi e, solo per le particolari materie indicate dalla legge, dei diritti soggettivi (v. S.u. 28.12.07 n. 27169, S.u.


20.04.07 n. 9358, S.u. 13.06.06 n. 13659, S.u. 15.05.03 n. 7621), nel caso di domande e cause tra di loro connesse soggette a diverse giurisdizioni la via da seguire è in via di principio quella di attribuire ciascuna delle cause contraddistinte da diversità di petitum al giudice che ha il potere di conoscerne, secondo una valutazione da effettuarsi sulla base della domanda (v. S.u. 24.06.09 n. 14805 in motivazione, con richiamo a S.u. 18.07.08 n. 19805e, più di recente Cass. civ. Sez. Unite, 07-06-2012, n. 9185).


2.1. Si evidenzia altresì che (il principio seppure a più riprese affermato con riferimento alla materia del pubblico impiego costituisce affermazione generale, ed in quanto tale traslabile alla odierna vicenda processuale) le Sezioni Unite hanno rilevato che non è consentito al titolare del diritto soggettivo che risente degli effetti di un atto amministrativo, di tutelare il suo diritto scegliendo di rivolgersi indifferentemente al giudice amministrativo per l'annullamento dell'atto, oppure al giudice ordinario per la tutela del rapporto di lavoro previa disapplicazione dell'atto presupposto. In tutti i casi nei quali vengano in considerazione atti amministrativi presupposti, ove si agisca a tutela delle posizioni di diritto soggettivo in materia di lavoro pubblico, è consentita invece esclusivamente l'instaurazione del giudizio davanti al giudice ordinario, nel quale la tutela è pienamente assicurata dalla disapplicazione dell'atto e dagli ampi poteri a quest'ultimo riconosciuti dal comma 2 dello stesso art. 63 (S.u. 16.02.09 n. 3677 e 5.06.06 n. 13169).


Tali principii rivestono portata nodale nell’odierno processo, e, come meglio si preciserà di seguito, concorrono alla affermazione di infondatezza delle critiche appellatorie.


3. Passando allo scrutinio delle critiche mosse dall’odierna parte impugnante, evidenzia il Collegio che questa sostiene che:

a)la sentenza sarebbe errata e viziata ex art. 112 cpc in quanto il Tar non si era avveduto che in una porzione del mezzo di primo grado si contestava il recupero dei maggiori oneri di esproprio mentre, nell’altra, si contestava la determinazione dei corrispettivi ex art. 31 della legge n.448/1998, in relazione alla quantificazione delle somme da versarsi da parte degli assegnatarii interessati al fine di rimuovere i vincoli di inalienabilità. Tale duplicazione si era resa necessaria a cagione della pluralità di delibere rese dal Comune sulle dette questioni e della contestualità delle stesse.


Erano state infatti impugnate sia la delibera G.C. del Comune di Rimini, n. 122 del 16.05.2013 avente ad oggetto "V P.E.E.P. Ausa - Determinazione del costo di acquisizione delle aree e ripartizione delle somme derivanti dai maggiori oneri di acquisizione da recuperare tra i soggetti convenzionati, approvazione delle modalità procedurali - Approvazione dei criteri e delle modalità procedurali per la determinazione dei corrispettivi per la trasformazione in proprietà delle aree già concesse in diritto di superficie e per l'eliminazione dei vincoli di alienabilità esistenti su quelli ceduti in proprietà" che la successiva delibera G.C. del Comune di Rimini n. 189 del 30.07.2013 avente ad oggetto: "V P.E.E.P. - Criteri e delle modalità procedurali per la determinazione dei corrispettivi per la trasformazione in proprietà delle aree già concesse in diritto di superficie e per l'eliminazione dei vincoli di inalienabilità esistenti ai sensi dell'art. 31 commi 45 e ss. L. n. 448/1998".


b)che conseguentemente la declinatoria di giurisdizione ha investito l’intero petitum proposto, senza alcuna distinzione;


c) la sentenza declinatoria della giurisdizione, peraltro, sarebbe integralmente errata “nel merito”per due sostanziali ragioni:


c1)quanto alla “porzione” impugnatoria ricadente sulla delibera n. 122 del 16.05.2013 la giurisdizione del G.O. sarebbe stata ravvisabile unicamente laddove non fossero state avanzate contestazioni sul cattivo uso del potere esercitato dall’amministrazione: nel caso di specie la delibera era stata gravata per plurime ragioni, sostenendosi anche il vizio di incompetenza da cui la stessa sarebbe stata affetta; veniva contestata la determinazione discrezionale resa dall’amministrazione, di tal che la declinatoria era errata, anche ex art. 133 del cpa.


c2) quanto alla “porzione” impugnatoria ricadente sulla delibera n. 189 del 30.07.2013 era pacifico che il potere esercitato ai sensi dell'art. 31 commi 45 e ss. L. n. 448/1998 avesse natura discrezionale e pertanto la spettanza della giurisdizione al plesso giurisdizionale amministrativo non era dubitabile.


3.1.Osserva in proposito il Collegio quanto di seguito.


Come già rilevato in sede cautelare, il Collegio non intende discostarsi dalle recenti affermazioni della Sezione (Cons. Stato Sez. IV, 13-12-2012, n. 6411 ) secondo cui “la controversia avente ad oggetto la determinazione del corrispettivo dovuto dal privato per il trasferimento del diritto di proprietà e la cessione del diritto di superficie, nell'ambito di convenzione stipulata ai sensi della normativa che regola le espropriazioni e la successiva assegnazione delle aree da destinare ad edilizia economica e popolare (art. 10 della legge 18 aprile 1962, n.167, come sostituito dall'art. 35 della legge 22 ottobre 1971, n. 865, e succ. modificazioni e innovazioni), spetta alla giurisdizione esclusiva del Giudice Amministrativo laddove sia messa in discussione la legittimità delle autoritative manifestazioni di volontà della P.A. nell'adozione del provvedimento concessorio cui la convenzione accede, della quale sia contestato "ex ante" il contenuto con riguardo alla determinazione del corrispettivo dovuto dal concessionario, e non siano messe in discussione "ex post" solo la misura del corrispettivo (da stabilirsi in base alle pattuizioni ivi contenute) o l'effettività dell'obbligazione di pagamento”. (ma si veda anche Cons. Stato Sez. VI, 20-07-2010, n. 4660). Rientra nella giurisdizione del giudice ordinario la domanda avente ad oggetto la determinazione e il pagamento del corrispettivo della concessione del diritto di superficie in relazione ad aree comprese nei piani per l'edilizia economica e popolare e, in particolare, la quantificazione di tale corrispettivo che si assuma inferiore a quello determinato dal Comune, atteso che in siffatte ipotesi non vengono in contestazione questioni relative al rapporto di concessione e che, fra l'altro, in ordine alla quantificazione del predetto corrispettivo non sussiste alcun potere discrezionale della P.A.


3.1.1 In nessuna porzione dell’atto di appello è stata contestata la spendita del potere amministrativo a monte, concretatasi nell’adozione del provvedimento concessorio, e ciò sarebbe sufficiente alla reiezione dell’appello.


3.1.2. Né dicasi che - posto che le “vicende” della convenzione vengono regolamentate dal comune in base ad atti amministrativi a connotato formale- sarebbe sufficiente contestare una illegittimità di questi ultimi per scardinare il criterio di riparto traslando l’intera vicenda innanzi al plesso giurisdizionale amministrativo: si osserva in proposito che sempre ed invariabilmente, allorchè si denunciano supposte violazioni attingenti il regime convenzionale ciò vale ad integrare in via astratta un vizio di eccesso di potere (anche laddove la censura investa semplici errori di calcolo, infatti, si potrebbe predicare il concetto di travisamento del fatto o difetto di istruttoria): ma ciò non può certo valere a traslare la controversia dall’uno all’altro plesso, posto che la distinzione incentrata sulla consistenza della posizione soggettiva non è scalfibile in base alla prospettazione del relativo vizio.


Laddove si rinvenga una posizione di diritto soggettivo, interfaccia dell’assenza di discrezionalità amministrativa nella materia, non potrebbe svalutarsi detta evidenza sottolienando che l’atto formale adottato dall’Amministrazione è affetto da un vizio riconducibile al paradigma dell’eccesso di potere per “trasformare” la consistenza della posizione giuridica vantata: l’atto amministrativo (delibera) adottata, in questo caso, costituisce il contenitore esterno che regola una posizione soggettiva che è e resta sottratta alla cognizione del plesso giurisdizionale amministrativo in quanto sulla stessa l’amministrazione procedente non esercita discrezionalità. Peraltro, potendo il Giudice Ordinario sindacare l’atto –a fini disapplicativi- sotto ogni profilo (non escluse le figure sintomatiche riconducibili all’eccesso di potere) neppure potrebbe utilmente sostenersi che vi sarebbe alcun deficit di tutela.


3.2. La censura va quindi decisamente disattesa, in armonia con le recenti affermazioni sul punto della Corte di Cassazione (“rientra nella giurisdizione del giudice ordinario la domanda avente ad oggetto il pagamento del corrispettivo della concessione del diritto di superficie, ai sensi dell'art. 10, della legge 18 aprile 1962, n. 167, come sostituito dall'art. 35, della legge 22 ottobre 1971, n. 865, su aree comprese nei piani per l'edilizia economica e popolare e, in particolare, la quantificazione di tale corrispettivo nonché l'individuazione del soggetto debitore, allorché non siano in contestazione questioni relative al rapporto di concessione e in ordine alla determinazione del predetto corrispettivo non sussista alcun potere discrezionale della P.A.”Cass. civ. Sez. Unite, 10-08-2011, n. 17142 ).


4. Neppure, ad avviso del Collegio, merita condivisione il secondo profilo dell’appello incentrato sulla disposizione di cui all’art. 31 comma 48 della legge 448 del 1998. In disparte la incidentale considerazione che il gravame proposto non sarebbe comunque assistito dal requisito dell’attualità dell’ interesse a ricorrere posto che il detto versante determinativo è accessorio e secondario rispetto a quello sul quale ci si è prima pronunciati confermando la declinatoria di giurisdizione, appare troncante una considerazione.


La suddetta disposizione di legge (“ il corrispettivo delle aree cedute in proprietà è determinato dal comune, su parere del proprio ufficio tecnico, in misura pari al 60 per cento di quello determinato attraverso il valore venale del bene, con la facoltà per il comune di abbattere tale valore fino al 50 per cento, al netto degli oneri di concessione del diritto di superficie, rivalutati sulla base della variazione, accertata dall'ISTAT, dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati verificatasi tra il mese in cui sono stati versati i suddetti oneri e quello di stipula dell'atto di cessione delle aree. Comunque il costo dell'area così determinato non può essere maggiore di quello stabilito dal comune per le aree cedute direttamente in diritto di proprietà al momento della trasformazione di cui al comma 47“)determina la misura valoriale delle aree cedute, sulla base di un dato aritmetico percentuale e nell’ultima parte della norma è fissato un barrage massimo insuperabile.


Si tratta di previsioni legislative che, come è agevole riscontrare, escludono in toto la sussistenza alcuna manifestazione di esercizio di potere discrezionale ed ancorate a dati meramente aritmetici: in relazione a tale circostanza, esse non sono riconducibili alla giurisdizione amministrativa.

E’ ben vero che nella detta disposizione è effettivamente prevista una facoltà in capo all’ amministrazione comunale di “abbattimento” della somma determinata, che sembrerebbe conferire un potere discrezionale all’Amministrazione comunale: senonchè, è agevole evidenziare che nel caso di specie la odierna parte appellante non censura l’esercizio (rectius: l’omesso esercizio) di tale potestà, ma “imputa” all’amministrazione comunale errori e vizii che si pongono a monte dell’esercizio di detto potere discrezionale.


Pertanto pare potersi affermare che anche sotto tale profilo, avuto riguardo al petitum sostanziale, la controversia non possa essere riportata nel novero di quelle appartenenti alla giurisdizione amministrativa, e vada confermata la declinatoria resa dal primo giudice.


Ed è appena il caso di ribadire, armonicamente con quanto si è illustrato nell’incipit della presente esposizione, che prospettare una condotta dell’amministrazione viziata da eccesso di potere neppure sotto tale profilo giova alla posizione dell’appellante, non incidendo sulla intrinseca natura della posizione soggettiva fatta valere: la difesa comunale ha buon giuoco nel sottolineare tale circostanza, avvalorata dai numerosi precedenti anche di merito resi dal Tribunale Ordinario di Rimini.


4.1. Per altro verso, si vuole sottolineare che la posizione sinora espressa appare - oltre che logica e non incompatibile con le norme di riferimento- anche armonica con il precetto di cui all’art. 111 della Costituzione, interpretato qual espressione della tensione ordinamentale a non onerare attori e convenuti ad una attività processuale eccessivamente gravosa (quale indubbiamente sarebbe la proposizione di distinte azioni innanzi a plessi diversi) e di garantire la durata ragionevole del processo.


In tale ottica, una volta esclusa la sussistenza di un petitum che investa l’atto concessorio “a monte”, appare corretto che un unico Giudice vagli la pretesa economica sottostante (chè di questo si tratta, come plasticamente evincibile dalla articolazione delle conclusioni formulate dalla parte odierna appellante): qualsivoglia contraria interpretazione pare al Collegio conduca alla non condivisibile soluzione di frantumare la cognizione giurisdizionale su una pretesa di natura unitaria quanto a petitum e causa petendi e, pertanto non appare accoglibile.


5. Conclusivamente,l’appello è infondato e merita di essere disatteso, mentre tutti gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.


6.Quanto alle spese processuali, esse possono essere integralmente compensate tra le parti a cagione della natura della controversia e della parziale novità, anche in punto di fatto, della questione oggetto di scrutinio.

 

P.Q.M.


Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge integralmente e, per l’effetto, conferma la declinatoria di giurisdizione resa dal Tar.


Spese processuali compensate.


Ordina che la pubblica amministrazione dia esecuzione alla presente decisione.

 

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 8 luglio 2014 con l'intervento dei magistrati:


Goffredo Zaccardi, Presidente

Sandro Aureli, Consigliere

Fabio Taormina, Consigliere, Estensore

Diego Sabatino, Consigliere

Giulio Veltri, Consigliere

 

   

 

   

L'ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

 

   

 

   

 

   

 

   

 

   

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 07/11/2014

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)