Descrizione immagine

Vi spiego perché su fieristico e congressuale rischiamo un “Aeradria 2″


— 24 luglio 2014

 

La giaculatoria contro la svendita di un patrimonio della comunità è più o meno la stessa cosa che ha sostenuto Massimo Masini fino a qualche mese fa. Ecco perché il combinato disposto delle dichiarazioni di Cagnoni e Gnassi (e, non a caso, sulla scia si è inserita anche la presidente dell’Associazione albergatori) farà insabbiare la privatizzazione del polo fieristico-congressuale. Rimini assomiglia sempre più a Macondo di “Cent’anni di solitudine”, si illude di poter vivere fuori dalla storia, è sempre più egocentrica ed autoreferenziale, disponibile ad accettare le narrazioni più confortanti ed illusorie.

Il combinato disposto della conferenza stampa del Presidente Lorenzo Cagnoni e delle recenti dichiarazioni del Sindaco di Rimini Andrea Gnassi, chiariscono come verranno gestiti nei prossimi mesi i travagli del polo fieristico congressuale della nostra città e perché la privatizzazione auspicata dai tecnici degli enti proprietari sia destinata ad insabbiarsi senza reali prospettive.
Partiamo dal primo. Il Presidente Cagnoni, al di là delle rassicurazioni sul futuro, affidate a business plan che però purtroppo hanno già fallito le loro previsioni in passato, non riesce a nascondere le difficoltà finanziarie attuali legate alla impossibilità da parte dei soci di onorare le rate dei mutui accesi per realizzare il palazzo dei congressi.
Mancano 10 milioni e rotti a breve, sempre ammesso che l’operazione immobiliare sulle vecchie aree della Fiera produca i risultati immaginati, altrimenti le risorse da reperire urgentemente divengono ancora più consistenti.

Nessuno dei dati contenuti nel libro bianco presentato da Dreamini in realtà è stato contestato e smentito, perché i numeri sono quelli e c’è poco da fare.
Cagnoni si è impegnato invece nel dimostrare che la situazione è assolutamente sotto controllo e che i flussi di cassa previsti potranno in futuro contribuire a onorare i mutui accesi. L’unico dato confortante e nuovo rispetto a quelli già conosciuti è quello relativo all’andamento della gestione del primo semestre del palazzo dei congressi. Obiettivamente un buon risultato, ma anche troppo poco per affermare l’affidabilità di business plan che fino ad ora hanno registrato consuntivi ben lontani dalle previsioni e per i quali non è stata spesa una sola parola critica.

Personalmente non ritengo neppure particolarmente significativa la parte della conferenza dedicata ai temi della privatizzazione.
Il Presidente ha voluto accreditarsi come non pregiudizialmente contrario ad un orizzonte di questo tipo, ma spacciare come privatizzazione la cessione di quote di assoluta minoranza effettuata qualche anno fa nella prospettiva di quotare in borsa la fiera sul modello Hera, è un attestato di privatizzatore davvero poco credibile e assai lontano dalle esigenze e dal dibattito del momento.
La giaculatoria contro la svendita di un patrimonio della comunità invece è più o meno la stessa cosa che ha sostenuto Massimo Masini fino a qualche mese fa, quando già il valore della società aeroportuale era vicino allo zero. Affermazioni contro le quali peraltro Cagnoni, in quanto socio Aeradria, non aveva allora mai trovato nulla ridire.
L’unica svendita reale ed effettiva, come dimostra il caso del Fellini, è invece il deprezzamento che si produce a causa di una progressiva decurtazione dei valori provocata dal manifestarsi della crisi finanziaria che impedisce alle società di gestione di infrastrutture, come fiere ed aeroporti, di intraprendere piani industriali realmente competitivi.
Più notevole invece il tono generale della conferenza stampa.

Lorenzo Cagnoni, che è un cavallo di razza ed è stato il miglior amministratore e manager pubblico della città negli ultimi quarant’anni, si muove con la sicurezza che gli è propria, come il vero dominus del polo fieristico congressuale.
Affronta senza alcuna timidezza temi, come quello della ricerca di un partner industriale, che dovrebbero essere riservati ai soci pubblici, di fatto li bacchetta chiarendo che se esistono difficoltà esse derivano esclusivamente dalla loro mancata capacità di onorare gli impegni a suo tempo assunti, presenta una evoluzione degli scenari nei quali ignora deliberatamente ogni elemento critico emerso nelle sedi istituzionali che governano i suoi soci di riferimento, detta le condizioni e i tempi delle varianti urbanistiche.
Quando mi capita di parlare di sistema di potere della Fiera intendo precisamente questo: una società partecipata dagli enti locali che, grazie alla sua grande capacità di influenza politica, si muove e programma la propria vita in maniera del tutto autonoma e svincolata da controlli reali e che gestisce le proprie attività allo scopo di mantenere e perpetuare, sulle materie di propria attinenza, l’influenza ed il controllo sugli attori politici degli enti proprietari e sulle componenti di rappresentanza sociale ed economica della società locale che vengono cooptate in un legame consociativo.
In questo caso tuttavia la colpa non è certo di Cagnoni che agisce ottimizzando tutte le opportunità che vengono offerte dal proprio ruolo, in un’ottica di continuità del sistema delle partecipate; il problema è di chi dovrebbe ristabilire le reali competenze ed i ruoli effettivi che spettano ai soci.

Per capirci meglio faccio l’esempio più banale. In una certa ottica, articolare le attività del polo fieristico in 15 distinte società è funzionale al consolidamento del sistema di potere sopra descritto (15 consigli di amministrazione, 15 collegi sindacali, ecc. ecc.). Vale lo stesso discorso per gli enti proprietari?
E chi ha deciso che debba esistere, tra quelle controllate dalla Fiera, una società di vigilanza e sicurezza, con relativi dipendenti? Corrisponde questa scelta ad un’attività di servizio di cui è giusto e necessario si occupi una società pubblica?
Le risposte a mio avviso sono scontate e indicano dove risiede il macroscopico deficit di controllo.

La notizia vera della conferenza stampa, invece, era l’annuncio dell’esistenza di un piano per fare fronte alle difficoltà presenti. Cagnoni non lo illustra, non ne descrive i suoi contenuti, comunque rassicura che grazie a questo piano non sarà necessario avviare nessuna privatizzazione.
Sostanzialmente lascia sullo sfondo il tema della fusione tra le società di Rimini e Bologna e affida a questo piano il compito di fare superare le contingenti difficoltà finanziarie legate alla impossibilità per gli enti locali di onorare i mutui.
In sintesi, mentre il futuro è decisamente roseo, le nubi attuali sono sotto controllo e non produrranno alcun danno grazie ad un non meglio precisato “piano”.

Se fossi il presidente della più grande organizzazione territoriale di imprese alberghiere d’Italia, presumo che i contenuti di quella conferenza stampa non mi sarebbero bastati per dichiarare il mio no fermo alla privatizzazione. Soprattutto avendo le dita ancora scottate per la vicenda dell’aeroporto, dove la parte sociale che rappresento ha visto i propri esponenti avvallare e dare fiducia a tutti i miracolosi “piani” pubblici che sono stati presentati nel corso degli anni e hanno contrastato ed impedito ogni scenario di privatizzazione.
La risposta al perché invece la Presidente dell’AIA, Patrizia Rinaldis, ha pensato bene, il giorno dopo la conferenza stampa, di spezzare subito la propria lancia a favore di Cagnoni, l’abbiamo appresa qualche giorno dopo con le dichiarazioni del sindaco Andrea Gnassi.
Il “piano” annunciato dal Presidente della Fiera, nella versione Gnassi, consiste infatti nella richiesta di un intervento straordinario della Regione Emilia Romagna che dovrebbe ricapitalizzare il sistema regionale delle Fiere. Ancora soldi pubblici insomma, da bruciare sull’altare della gestione di servizi ed infrastrutture che potrebbero essere più convenientemente affidati alla gestione imprenditoriale di privati, che invece, in questo assetto, garantiscono alle rappresentanze di impresa locali un ruolo di cogestione, come in Aeradria.
Il Sindaco nell’annunciare/rivendicare questo proposito cui sarebbe chiamata a corrispondere la Regione, ci mette il carico da undici. “Altrimenti facciamo da soli”, sintetizzano i giornali.
Per dare forza e credibilità alla ponderosa richiesta alle casse della Regione, torna in primo piano la costruzione del sistema fieristico regionale, che era rimasto in ombra nella conferenza di Lorenzo Cagnoni.
Il tallone d’Achille strutturale di quel sistema, come dimostrano i dati pubblicati da Dreamini, è la Fiera di Bologna, che una eventuale competizione aggressiva di una Fiera di Rimini privatizzata metterebbe ancora in maggiore difficoltà.
La privatizzazione invece di essere seriamente perseguita, viene così usata come minaccia. La buona medicina del mercato viene agitata come spauracchio per costringere la Regione ad aprire la cassaforte ed a finanziare con risorse copiose la costruzione del sistema fieristico regionale, che metta al riparo dalla competizione tra sistemi territoriali, dalla concorrenza e dalla apertura dei mercati.
Riuscirà questo tentativo?

Prima di esaminare il quesito, voglio sottolineare che questa comunque non è, a mio avviso, una prospettiva desiderabile.
Invece di essere incrementate le risorse pubbliche che oggi sono ingessate nei poli fieristico congressuali andrebbero rapidamente liberate, perché dove non ci sono valori fondamentali da salvaguardare e dove può intervenire convenientemente il privato è bene che il pubblico si ritiri. Quelle risorse sono preziose, non possono correre il rischio di essere svalutate e vanno invece impiegate per dotare il sistema locale di infrastrutture e servizi che il privato stenta ancora a fornire.
Ma occorre considerare anche la necessità di tutelare la competitività delle infrastrutture esistenti che verrebbe mortificata dalla scelta del sistema.
In un’ottica esclusivamente regionale, al di là della zavorra rappresentata da Bologna, non c’è prospettiva di crescita e neppure di tenuta. Anche il mercato delle fiere e dei congressi è cambiato, contano le reti, le filiere, l’apertura verso l’internazionalizzazione. Non è certo l’economia del distretto che ci salverà, almeno non in questo campo.
D’altra parte lo aveva ben presente Cagnoni, già da diversi anni. I tentativi di sbarco a Roma ed a Firenze muovevano esattamente da questa consapevolezza: non c’è futuro se si rimane dentro i confini di relazioni, di know how, di mercati della nostra regione. La privatizzazione è l’unica vera leva rimasta per internazionalizzare il nostro polo fieristico congressuale.

Quanto alla fattibilità della prospettiva rivendicata da Gnassi invito a riflettere sul quadro nazionale nel quale ci stiamo muovendo e che dovrebbe essere ben conosciuto anche dai nostri amministratori.
Il prossimo autunno ci porterà una legge di stabilità il cui piatto forte sarà la spending review di Cottarelli. Basta leggere i giornali per sapere che una delle strette maggiori avverrà sulle partecipate di Comuni e Regioni.
Da questo punto di vista la Fiera di Rimini è un caso di scuola, per i caratteri della compagine societaria, per i consecutivi bilanci in rosso della parte congressuale, per le società a grappolo che da essa discendono, per il livello di indebitamento.
Se qualcuno spera di passare inosservato tra le maglie della spending review temo si sbagli. Ancor più incredibile ritengo sia ipotizzare un nuovo impegno di risorse regionali in questa direzione, ammesso che ne esistano.
Andrebbe inoltre attentamente esaminato il tema del profilo degli aiuti di stato sul quale qualsiasi fiera concorrente a livello italiano od internazionale potrebbe avere qualcosa da dire. Gli orientamenti europei da questo punto di vista sono chiari: vengono tollerate proprietà pubbliche, anche se l’invito è a dismettere, non vengono accettati – viceversa – salvataggi con soldi pubblici.

Non vorrei che questa mancanza di visione, appiattita sulla salvaguardia del sistema di potere locale e sulla sufficienza conservatrice con la quale si guarda alle vicende del grande mondo, ci portasse nella situazione nella quale ci siamo già trovati a proposito della cancellazione della provincia e dei temi dell’area vasta. Gli ultimi giapponesi a combattere a difesa delle provincie, già morte, siamo rimasti noi, mentre forlivesi, cesenati e ravennati si preparavano a gestire al meglio, nell’interesse della loro comunità, la preparazione dell’area vasta. I risultati oggi si vedono.

Torniamo al combinato disposto di Cagnoni e Gnassi. La conclusione è amara, Rimini assomiglia sempre più a Macondo di “Cent’anni di solitudine”, si illude di poter vivere fuori dalla storia, è sempre più egocentrica ed autoreferenziale, disponibile ad accettare le narrazioni più confortanti ed illusorie su quanto accade lontano da qui. Da fuori soltanto echi distorti, mentre il tempo passa inseguendo interminabili giochi e dispute localistiche, le novità ci trovano irrimediabilmente impreparati.
Con quel combinato disposto non si farà nessuna privatizzazione, non si inizierà neppure a discuterne seriamente per capire come farla, quali asset coinvolgere, se interessare anche tutti gli immobili o soltanto quote di essi, se concentrarsi sulle società di gestione. Il tempo in queste operazioni è decisivo, noi abbiamo scelto di usarlo per non decidere.
L’unica utilità, ancora una volta autoreferenziale, sarà quella di poter ottenere la moratoria sui mutui ed eventualmente rispondere ad una richiesta della magistratura qualora le cose si mettessero male da quel punto di vista.
Sarò pessimista, ma la mia impressione è che così stiamo correndo ancora una volta verso il precipizio e rischia di prepararsi un “Aeradria 2″, con conseguenze più gravi per il comune che è già finanziariamente impegnato in due partite da fare tremare i polsi come quella del sistema fognario e del TRC. Dal mio punto di vista meglio rischiare il ruolo di Cassandra piuttosto che abituarmi ai ritmi senza tempo di Macondo.

Sergio Gambini

Descrizione immagine

RiminiFiera supera le previsioni di budget.

 Dividendi a partire dal 2017


di Ilaria Vesentini16 luglio 2014

Rimini Fiera e la controllata Convention Bureau centrano in pieno gli obiettivi del business plan triennale, chiudendo i primi sei mesi dell'anno con un fatturato di 4,7 milioni per l'attività congressuale (il budget di 8,6 milioni per fine dicembre è a portata di mano) e 97mila euro di Mol «e una semestrale fieristica addirittura superiore alle previsioni – annuncia il presidente Lorenzo Cagnoni - con 30,65 milioni di euro di ricavi a giugno 2014 e un pretax di 803mila euro, contro i 650mila previsti. Dunque, un bel biglietto d'ingresso nella più complessiva valutazione del nostro business plan e della sua concreta credibilità».

Piano a tre anni in cui l'expo riminese aveva messo nero su bianco i traguardi di 68 milioni di euro di ricavi consolidati quest'anno; 76,5 nel 2015 e 85,8 nel 2016, a fronte di un Ebitda in salita dagli 11,56 milioni del 2014 ai 17,6 del 2016. «Alla chiusura del triennio – sottolinea il presidente – non solo avremo azzerato il debito assunto per la realizzazione del quartiere che costò 300 milioni di euro, debito sceso in dodici anni a 14,8 milioni, ma avremo una posizione finanziaria netta positiva per 4,7 milioni. A partire dal 2017 si darà inoltre il via alla distribuzione dei dividendi per 3 milioni di euro».

Il Convention bureau della Riviera di Rimini (Cbrr) ha realizzato nel primo semestre dell'anno 56 eventi, nove in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con manifestazioni corporate di brand quali Peugeot, Wella, Dhl. In autunno sono già in calendario gli appuntamenti della multinazionale del farmaco Roche, della statunitense Amway e di Jean Louis David e altri 30 eventi sono già stati confermati per il 2015. «Dati che confermano il Cbrr al secondo posto nel panorama nazionale. Un risultato che non avremmo ottenuto se non avessimo investito nel nuovo Palacongressi – rimarca Cagnoni di fronte alle annose polemiche per i 102 milioni di euro spesi per il Palas – che ci ha assicurato un altissimo posizionamento competitivo in un mercato nazionale del congressuale asfittico. Vorrei anche ricordare il formidabile rapporto costo/qualità del nostro Palacongressi: a Roma, il nuovo centro congressi Italia, al quale si sta lavorando da oltre dieci anni, identico al nostro per caratteristiche ricettive, costerà quattro volte di più».

Intanto Rimini si prepara alla due giorni di confronto tra tutti i 35 principali quartieri fieristici nazionali riuniti in Aefi (che rappresenta l'85% delle manifestazioni del Paese), che domani e venerdì si incontreranno nella città malatestiana per discutere di sviluppo strategico internazionale tra social, new media ed e-commerce. Titolo del seminario «Comunicare e vendere il prodotto fieristico: verso la globalizzazione».


La Procura indaga sul Palacongressi di Rimini Fiera. 

Oltre 107 milioni di debiti per le società del gruppo


di Natascia Ronchetti

Errore politico (con una gestione poco assennata) o ricorso abusivo al credito, come ipotizza la Procura di Rimini? Quel che è certo è che il sistema fieristico e congressuale di Rimini sta affogando nei debiti. Ammonta a oltre 107 milioni di euro l'esposizione con gli istituti di credito accumulata dalle società della galassia Rimini Fiera.

La società a capitale a maggioranza pubblico, tra Regione Emilia Romagna e Comune, Provincia e Camera di commercio di Rimini, è anche azionista di riferimento, con oltre il 70% delle azioni, di Convention Bureau, che gestisce il Palazzo dei congressi del capoluogo romagnolo.

In una città ancora sotto choc per il crack della società Aeradria, che gestiva l'aeroporto Federico Fellini, la magistratura ha preso di mira proprio Convention Bureau e il Palazzo dei congressi spa, vale a dire la società, proprietaria dell'immobile, partecipata, oltre che da Rimini Fiera, da Rimini Congressi srl, azionista di maggioranza, dalla Camera di commercio, da Rimini holding e dalla Provincia di Rimini, in un gioco ad incastri sul quale i magistrati hanno indirizzato la loro attenzione. Rimini Congressi è infatti a sua volta nelle mani di Rimini holding (di cui è socio unico il Comune), di Camera di commercio e Provincia di Rimini. Azionisti istituzionali che devono fronteggiare una crisi pesantissima. Convention Bureau esce quasi a pezzi da un 2013 durante il quale, a causa del crollo della domanda congressuale, ha dovuto incamerare la cancellazione di quasi 200 eventi, tra meeting e convention. A sua volta, con un intreccio quasi inestricabile, Rimini Congressi di fatto ha in mano le sorti di Rimini Fiera.

In cambio dei finanziamenti per la costruzione del Palazzo dei congressi, costato ben 110 milioni di euro su progetto dell'architetto Wolkwing Marg, ha ceduto in pegno al gruppo Unicredit la sua partecipazione in Rimini Fiera, vale a dire oltre il 52% delle azioni. Con tanto di lettere di patronage emesse dagli enti pubblici a garanzia del prestito. La stessa manovra finanziaria decisa per Aeradria e già finita sul tavolo dei magistrati per il fallimento dello scalo. Il presidente di Rimini Fiera Lorenzo Cagnoni oggi è stato chiamato a illustrare la situazione in Comune. Con un patrimonio netto di oltre 153 milioni (e una perdita di esercizio che nel 2013 ha sfiorato i 2 milioni) la società fieristica riminese è di fatto accusata di aver fatto il passo più lungo della gamba in uno scenario che avrebbe suggerito maggiore prudenza. Avrebbe cioè sfidato la crisi con un investimento per la realizzazione del Palas che oggi rischia di essere considerato semplicemente un azzardo fuori mercato. A sua volta la società Palazzo dei Congressi, ha un debito con le banche di oltre 27 milioni e da due anni chiude il bilancio in rosso.

Nessun commento sul fascicolo di indagine aperto dalla magistratura, né dai vertici di Bologna Fiere né dai soci pubblici. Il business plan messo a punto, ha ammesso Cagnoni, è saltato per aria a causa della prolungata crisi economica. Ora dovrà essere rivisto. "La situazione non può non essere preoccupante", ha detto Cagnoni alla Commissione consigliare permanente del Comune. Nel 2014 la società fieristica dovrebbe tornare a macinare utili. Ma tutti, già, invocano la privatizzazione. 

Nasce Dreamini:

 una spallata culturale agli amministratori da default


Si definiscono “un nuovo soggetto culturale che ama la città e crede nella possibilità di rimettere in moto dinamiche di sviluppo per conseguire un benessere generale oggi largamente compromesso o perduto”. Credono in un nuovo sogno per Rimini e pur muovendosi su un terreno prepolitico non nascondono di voler dare una spallata all’immobilismo, per non dire al nullismo, che regna a Palazzo Garampi.
“Dreamini” è il nome del soggetto culturale, che si presenta alla città venerdì 14 marzo alle ore 11 “nei locali d’un negozio storico ora non più attivo che ha subito la stessa sorte di tante altre attività commerciali del centro. Una location simbolo di una crisi prodotta da una gestione fallimentare della città. L’ingresso si trova in via Tempio Malatestiano 13, nell’angolo che incrocia via Quintino Sella”.
L’uscita publica, la prima, raccoglie il frutto di un lavoro iniziato da tempo, come spiegano gli organizzatori: “Sono già alcuni mesi che una serie di persone con identità culturale, professionale nonché politica diversa, quando non addirittura contrapposta, incapaci di rassegnarsi alla retorica d’una crisi diventata ritornello d’obbligo, s’incontrano non solo per analizzare i problemi di Rimini, ma per ipotizzare delle soluzioni”. Problemi aggravati da una classe di amministratori pubblici sui quali Dreamini non ha dubbi: “Gli attuali amministratori appaiono del tutto inadeguati a “cambiare verso” a una città pericolosamente avviata da una parte al nulla culturale, dall’altra al default economico-finanziario. Vicende come quella dell’aeroporto, dell’identità turistica, degli sversamenti in mare o del polo congressuale e fieristico sono temi con cui si sono cimentate intere generazioni di amministratori. Col risultato d’un Comune che oggi, attribuendosi un ruolo da imprenditore che non gli compete, sembra incapace di dare risposte adeguate ai problemi drammatici della città e dei suoi abitanti”.
Analisi dura, anti tagliente, ma senza sfiducia e allarmismo a buon mercato: “Non vogliamo ingrossare la schiera dei disfattisti, vorremmo piuttosto cercare di offrire soluzioni a partire dalla preoccupazione largamente condivisa per una città che non sa più da dove viene, chi è, dove va. Per questo il gruppo di persone che si presenterà venerdì 14 marzo ha costituito una Associazione Culturale dall’evocativo nome di ‘DREAMINI’: come dire, anglesizzando, Rimini come dream, come sogno, quindi cosa pensare e fare perché Rimini torni a essere sogno, proiezione immaginaria, oggetto del desiderio sia dei turisti che dei riminesi stessi piuttosto che incubo o “città fantasma” sulla via Emilia, come finirà per diventare andando avanti così”.
Dell’Associazione fanno parte soggetti di varie aree culturali e politiche, giovani, imprenditori, professionisti, uomini e donne aperti a un confronto di tipo innanzitutto culturale con chiunque abbia a cuore il destino della città. Nomi? Di certo del gruppo fanno parte Bruno Sacchini e Mario Ferri, che venerdì illustrano in conferenza stampa il sogno che anima il nuovo soggetto.

Inter-Vista - Notizie Rimini

Fiera e Congressi:

per Dreamini quasi un film dell’horror

 

Ci sono due fantasmi agitati nelle prime pagine del libro bianco su Fiera e Palacongressi presentato oggi dall’associazione Dreamini: quello del fallimento di Aeradria e quello del dissesto del Comune di Alessandria.


Il libro racconta di una riunione svolta in Aeradria il 16 settembre 2001 per esaminare il bilancio. “C’è Stefano Vitali, presidente della Provincia, l’assessore Gianluca Brasini in rappresentanza del Comune di Rimini, Lorenzo Cagnoni con le quote della Fiera e del Palazzo dei Congressi, Maurizio Temeroli per la Camera di commercio, i rappresentanti delle quote minori detenute da associazioni di categoria, La Regione con il suo7,48% è rappresentata dal delegato Francesco Saverio Di Cimmo. Ci sono anche i componenti del consiglio di amministrazione che esprimono le principali forze dell’economia riminese, Confindustria e Associazione albergatori, e poi ci sono quelli dello Studio Skema, i nuovi professionisti di riferimento degli enti locali riminesi”. Cosa si dice in quella riunione? Secondo il libro bianco il presidente di Aeradria, Massimo Masini, dipinge uno scenario rassicurante. Sappiamo poi come è andata a finire. “Quello che più inquieta – si legge – è che la stessa foto sorridente e ottimista è stata scattata qualche tempo dopo anche nella sala della Fiera di Rimini. I protagonisti sono più o meno gli stessi. La Fiera non è Aeradria, è vero; Cagnoni non è Masini ma anche lui, di fronte a difficoltà ormai conclamate, preferisce raccontare le mirabilie delle sue società e i piani finanziari che… “oggi non ci fanno guadagnare ma domani…”. Osserva Dreamini: “Il rischio che denuncia questo libro bianco è che questo scatto sia stato il ciak di inizio di un altro film horror per la città”.


L’altro fantasma, si diceva, è quello del Comune di Alessandria, finito in default a causa del dissesto delle partecipate, un rischio che, secondo Dreamini, Rimini corre seriamente.


La fiera delle previsioni sballate
L’antefatto della situazione odierna è, come noto, la costruzione di un Palazzo dei congressi che ha portato a un indebitamento complessivo di 100 milioni di euro. Un Palacongressi voluto di quelle dimensioni sulla base di previsioni sbagliate. “Ciò che qui si contesta – rileva il libro bianco - non è l’errore d’una singola previsione o business plan, ma il fatto che sono dieci anni che tali errori si replicano con il risultato di continui, pesanti sacrifici imposti alla collettività”.


Vade retro Bologna
Tralasciando i vari passaggi per cui si è arrivati all’allarme attuale (su Inter-Vista ne abbiamo ripetutamente parlato), ci soffermiamo sul tema delle prospettive. La prima è l’ipotetica alleanza fra le Fiera di Rimini, Bologna e Parma. “L’integrazione fra le Fiere - sostiene Dreamini – costituirebbe un vantaggio, a prescindere dal peso politico, per Bologna Fiere. Infatti Parma forte del suo bacino agro alimentare e dell’alleanza con due importati fiere tedesche è in grado di competere in assoluta tranquillità. Anche Rimini, a prescindere dalla situazione creata dalla costruzione del centro congressi, con la propria diversificata attività e con la capacità di accoglienza del territorio, dimostra anche in un periodo di crisi generale, di resistere alla concorrenza. Al contrario Bologna è in difficoltà e soffre più delle altre fiere emiliane la concorrenza di Milano; l’integrazione, fortemente desiderata dalla Regione, le consentirebbe non solo di definire il calendario delle manifestazioni, ma anche il luogo di attuazione.
L’ipotetica fusione fra Bologna, Rimini e Parma avrebbe certamente , anche per ragioni territoriali, il suo baricentro a Bologna, ove sarebbe posta la testa pensante”.


Privatizzazione, ma fatta bene
Per Dreamini l’unica risposta alla crisi attuale è una seria privatizzazione. Da questo punto di vista vengono formulate non poche critiche alla delibera recentemente approvata dal consiglio provinciale e che sarà adottata in fotocopia anche dal consiglio comunale. Non va bene la possibilità di procedere con aumento di capitale (specialmente dopo il caso Aeradria); non è indicato chiaramente l’oggetto della vendita; nella vendita devono essere coinvolti anche i soggetti privati, se consenzienti; il documento dei consulenti (Studio Boldrini) non ha niente a che vedere con la lamentata “situazione di emergenza che richiede un percorso alternativo strategico e funzionale”; non è stata contemplata l’eventualità di chiedere a Unicredit una ulteriore moratoria sulla rata del debito. 
In conferenza stampa Mario Ferri ha anche aspramente criticato le modalità indicate per l’individuazione dell’advisor.


La strada della privatizzazione è giusta ma bisogna procedere con maggiore precisione. Il libro bianco indica tutti i passaggi necessari per arrivare all’obiettivo.

 

 


 

Dossier choc: 

Fiera e congressuale a Rimini sull’orlo del baratro


Rimini, 12 luglio 14                                                                                                                                                                                                                                   Claudio Monti         

 

 


Presentato stamattina da Dreamini il libro bianco che mette in fila numeri e analisi estratti da bilanci e delibere. Siluri a Cagnoni, Vitali e Gnassi. In sala anche i sindaci di Bellaria e Riccione, perché il messaggio è chiaro: anche a Rimini si può cambiare verso. Basta con una politica che pretende di farla da padrona e che lascia sul campo macerie su macerie.

I relatori che hanno presentato il libro bianco. Da sinistra, Sergio Gambini, Bruno Sacchini, Mario Ferri e Sergio Pizzolante

“Il libro bianco è una cosa seria, adesso il sistema fieristico-congressuale riminese ha davvero l’acqua alla gola. I numeri ci dicono che, o si sceglie con determinazione la strada della privatizzazione oppure non solo il Palas ma la stessa Fiera, rischiano di essere trascinati nel default e con loro rischia di cascarci dentro seriamente il Comune di Rimini”. Così Sergio Gambini, una lunga militanza nella sinistra riminese (rivendicata anche stamattina), ex amministratore comunale e parlamentare, alla presentazione del libro bianco che ha la paternità di Dreamini e che porta la firma di due tecnici, Mario Ferri e Andrea Bellucci. “Non vorrei che le delibere che sono state assunte in queste settimane fossero solo in vista di una rinegoziazione del debito, per cercare di prendere di nuovo tempo, senza afferrare il toro per le corna e imboccare davvero il sentiero della privatizzazione”. Da Gambini, che a questo punto sembra il candidato ideale per aggregare e guidare un fronte trasversale alternativo a Gnassi alle prossime elezioni comunali, è venuto lo scossone più forte verso il sistema politico locale, insieme al duro richiamo affinché scelga con decisione la strada della privatizzazione della realtà fieristico-congressuale guidata dal “Califfo” che di quel sistema regge da decenni le sorti e indica la via.

 

Gambini ha avuto anche parole di stima per Lorenzo Cagnoni (“la Fiera di Rimini è stata bene amministrata ed ha un patrimonio significativo”), ma ha lanciato un messaggio accorato ed ha chiamato in causa direttamente il sindaco Andrea Gnassi: “Il sindaco di Rimini deve metterci la faccia. Il mio è un appello alla parte politica nella quale milito: bisogna che rompa il silenzio e si decida ad esprimersi con tutta la sua autorevolezza sulla questione della privatizzazione. Non ci sarà nessun investitore internazionale che sarà disponibile a partecipare ad una privatizzazione in questa situazione di incertezza, nella quale non si sa cosa vuole il Comune e con la contrarietà ormai esplicita alla privatizzazione da parte del presidente dell’Ente Fiera”.
Rimini, è stato il seguito del ragionamento di Gambini, “ha inscritto nel proprio Dna, sin dalla metà degli anni 60, il limite di affidarsi solo alle risorse locali. In quegli anni ci fu la possibilità di internazionalizzare il turismo riminese, ma anche allora facemmo la scelta di uno sviluppo endogeno, allontanando i grandi tour operator internazionali e affidandoci solo sulle nostre risorse”. Però da allora è trascorso mezzo secolo e restare ingessati su quelle posizioni sarebbe letale. Gambini ha sottolineato che per gestire oggi “le Fiere, gli aeroporti, i palazzi dei congressi, c’è bisogno di aprirsi a realtà al di fuori di questa regione.

Per questo è assurdo il modello del ‘fare sistema’ che forse aveva senso quando si fece Hera, più di dieci anni fa, anche se personalmente ho i miei dubbi che lo avesse anche allora. Nel caso degli aeroporti è evidente che se non si è dentro a una rete non si ha la possibilità di successo.

Questo comincia a valere anche per le Fiere e i palazzi dei congressi. Fare il sistema regionale significa condannare a morte Fiera e Centro Congressi”. Un altro tasto dolente focalizzato da Gambini è stato il seguente: “A Rimini da anni abbiamo congelato una enorme ricchezza pubblica in alcune infrastrutture che potrebbero essere invece convenientemente gestite da parte del mercato continuando a rendere servizi indispensabili per il successo economico e per il benessere della nostra comunità.

Quelle stesse risorse, se scongelate, potrebbero essere impiegate dal pubblico per realizzare altre infrastrutture che supportano servizi, ad esempio la banda larga, il mare d’inverno, le fogne”.
La conferenza stampa è stata aperta da Bruno Sacchini, presidente dell’associazione culturale Dreamini, con una sala piena di rappresentanti del mondo economico e delle professioni, e soprattuttto con i due sindaci di Bellaria e Riccione seduti nelle prime file. Giusto perché il senso dell’iniziativa risultasse plastico: dopo Bellaria e Riccione, anche Rimini può cambiare verso, per usare la metafora del rottamatore. “Nata dalla preoccupazione diffusa per le sorti di Rimini, Dreamini, assolutamente trasversale dal punto di vista ideologico e politico, nel corso della sua ricognizione sui problemi della città, si è imbattuta ad un certo punto nel buco nero di Fiera e Palas. E perché buco nero lo spiega il libro bianco che presentiamo”, ha esordito Sacchini.



Quindi è stato Mario Ferri a spiattellare una montagna di cifre che decriptano gli ultimi dieci anni di business plan, bilanci, delibere e lettere di patronage.


Anche da lui un puntiglioso riferimento alla necessaria “privatizzazione vera”, non quella ventilata nella recente delibera della Provincia di Rimini. La quale, secondo Ferri, ha avviato un “percorso del processo di privatizzazione che in realtà non sembra avere nessuna intenzione di privatizzare”. Se si opta per la privatizzazione attraverso l’aumento di capitale – ha spiegato – una delle strade indicate dalla delibera della Provincia e in attesa che faccia lo stesso anche il consiglio comunale di Rimini, “il soggetto privato diventa socio del pubblico e allora temo che si ripercorra la vicenda di Aeradria, allorché il braccio di ferro fra il pubblico e gli imprenditori ha condotto al fallimento, perché il pubblico non voleva mollare la partecipazione”.

 

E’ toccato a Sergio Pizzolante, parlamentare del Ncd, spiegare che il libro bianco e chi l’ha promosso non esprimono il partito che “rema contro la città”, ma anzi guardano con serietà ad un futuro di sviluppo per Rimini.
Secondo Pizzolante “siamo entrati in un’epoca nuova e chi governa gli asset strategici a Rimini non se n’è accorto. E’ fallito il sistema Cagnoni, verso il quale ho sempre avuto stima, cioè l’idea delle grandi infrastrutture realizzate con investimenti pubblici ridondanti, della spesa pubblica infinita,… perché non ci sono più le risorse. Il pubblico non può più permettersi di fare l’imprenditore”. E così, se da una parte “abbiamo assolutamente bisogno che queste infrastrutture vivano perché sono cruciali per Rimini, affinché ciò succeda si devono aprire al mercato e agli investitori internazionali. L’idea che si debbano aspettare i piani della Regione, che rispondono ad una logica di controllo politico del territorio, non ha più senso”. Ed ha concluso: “Rimini è passata dai 3-4 alberghi con licenza annuale, a 300, nella fase antecendente alla realizzazione dei due palazzi dei congressi”. Ma ultimati i due colossi le licenze annuali sono praticamente le stesse: “E’ stato un fallimento spendere oltre 200 milioni di euro per costruire i due Palas, perché la ricaduta sul tessuto ricettivo, economico e turistico riminese è stata impercettibile”.

Ma l’altro schiaffo partito da Gambini è stato assestato sul faccione rubicondo del consociativismo: “Nel sistema di potere che si è creato a Rimini ci hanno mangiato tutti. Le associazioni di categoria e imprenditoriali varie, gli organi di stampa (le inserzioni pubblicitarie pagate dalla Fiera e dall’aeroporto sono state ospitate dai nostri giornali per anni). E’ ora di creare finalmente delle rotture e delle discontinuità, sia nella società civile che nelle organizzazioni di categoria, nell’atteggiamento dell’opinione pubblica e perciò anche degli organi di informazione, nei partiti,… per voltare pagina. Io credo che la possibilità ci sia perché questa città va salvata”.
Lorenzo Cagnoni aveva già convocato una conferenza stampa per mercoledì prossimo, oggi gli saranno fischiate le orecchie ed è prevedibile che coglierà l’occasione anche per rispondere al fuoco.

Lo spettro del fallimento Aeradria sulla galassia di Rimini Fiera


A meno che non la si pensi come Ronald Regan, secondo il quale il deficit americano era grande a sufficienza per badare a se stesso (comunque in una stagione in cui non era il solo a pensarla così), a guardare nel buco che rischia di inghiottire la galassia di Rimini Fiera, col masso al collo del nuovo palazzo dei congressi, si prende paura.
Stamattina l’associazione culturale, ma soprattutto trasversale, Dreamini, che aveva già sparato qualche cartuccia sul tema, ha caricato il cannone col libro bianco. Titolo: “Società partecipate, debito pubblico, rischio default: il caso della Fiera di Rimini”, redatto da Mario Ferri e Andrea Bellonci. Contiene uno scenario che fa sudare freddo e che si sostanzia in un debito bancario, per l’insieme delle società che si occupano di fieristico e congressuale, che supera i 100 milioni di euro.
“Come è andata a finire con Aeradria purtroppo lo sappiamo”. E’ la premessa con la quale si apre il j’accuse sulla Fiera di Rimini, che in realtà comprende un’analisi tecnica sul sistema congressuale e fieristico nel suso insieme, dall’ente guidato da Lorenzo Cagnoni a Convention Bureau, che sarà a breve inglobata in Rimini Fiera. Il parallelismo con quanto è accaduto per Aeradria, non è casuale.
La tesi di fondo è che il male sia comune a chi organizzava voli e a chi intavola fiere e congressi e se non si adotteranno soluzioni in maniera rapida e seria, potremmo vedersi vanificare i sacrifici di generazioni di riminesi. Soluzioni? Sarebbe meglio usare il singolare, perché la ricetta spiattellata da Dreamini e con i contributi di Mario Ferri, Bruno Sacchini, dell’ex parlamentare Ds Sergio Gambini e dell’onorevole Ncd Sergio Pizzolante, è la privatizzazione. Vera, però? Non quella di cui chiacchiera la classe politica riminese, dall’ormai ex ente di corso d’Augusto a guida Vitali, al Comune di Rimini, passando per la Camera di Commercio.

Aeradria e Fiera: destini incrociati

La ricostruzione parte da quel che accadeva il 16 settembre del 2011: “Nella saletta al primo piano dell’aeroporto Fellini sono riuniti i soci per approvare i documenti di bilancio. Attorno al Presidente Massimo Masini sono presenti: Stefano Vitali (Amministrazione Provinciale Rimini), Gian Luca Brasini (Rimini Holding), Antonella Mularoni (Camera Eccellentissima della Repubblica di San Marino), Lanfranco Francolini (Comune di Riccione), Franco Raffi (Confindustria Rimini), Maurizio Temeroli (C.C.I.A.A. Rimini)…” e a seguire gli altri nominativi, in rappresentanza di associazioni di categoria, Regione Emilia Romagna, Rimini Fiera, enti locali. Ce n’è per tutti. “Il clima è più che cordiale, gli adempimenti formali si svolgono senza intoppi, nella convinzione, entusiasticamente condivisa da tutti, che le sorti dell’aeroporto non siano state mai così rosee come le attuali”. Invece di li a breve tutto precipita. E, si legge nel libro bianco, “i due anni persi, cullati dall’infondato ottimismo dei nostri governanti sono stati decisivi e letali per questo esito e per l’affondamento del Fellini”. Nel silenzio e nell’assenza della politica – prosegue – “è intervenuta un’azione di surroga del potere giudiziario che non poteva avere né la sensibilità di cultura economica, né gli strumenti di intervento per governare processi così complessi. Ci rimane la fotografia sorridente di quel settembre 2011 nella saletta dell’aeroporto Fellini: ritrae protagonisti politici e tecnici che hanno continuato, oltre il ragionevole, a corteggiare il disastro, ignorando tutte le occasioni avute per cambiare strada. A tre anni di distanza, al netto delle inchieste della magistratura, sono ancora lì con le loro responsabilità politiche e tecniche e nessuno ha avuto il buongusto di chiedere scusa o di avviare una riflessione critica che eviti alla collettività altri default”. Ma l’aspetto inquietante della vicenda è che la stessa foto sorridente e ottimista è stata scattata qualche tempo fa anche nella sala della Fiera di Rimini. “I protagonisti sono più o meno gli stessi, è stato il ciak di inizio di un film che però abbiamo già visto, che sappiamo come va a finire e che la nostra comunità non può più permettersi”.
Prende le mosse da qui la puntigliosa analisi sugli ultimi dieci anni che hanno portato al “disastro annunciato”.

Di business plan in business plan

Si comincia col mettere in croce il business plan del 2004 (ben prima che cominciasse la crisi), il quale “prevedeva che il mutuo contratto per la costruzione del Nuovo Palas venisse ripagato con gli utili realizzati da Convention Bureau, come canone d’affitto della struttura stessa. Questo – da notare – in una situazione nazionale in cui sia Bologna che Milano avevano già deciso di tirare i remi in barca per la crisi del settore, mentre il management locale affermava che il
congressuale dava “segnali di vivacità”.” Peccato, però, che Convention Bureau “in tutti questi anni non sia mai riuscita a produrre utili”.
Poi arrivò il secondo business plan, quello del 2006, che “s’inventò il ripiego della quotazione in borsa, “trovata che funzionò dal punto di vista della ricapitalizzazione, perché, col miraggio degli utili futuri, una miriade di piccoli imprenditori furono convinti (spesso dalle loro Associazioni di categoria) a entrare nel capitale sociale della Fiera, restandone in realtà prigionieri a vita”.
Poi nacque Rimini Holding, “per la quale fu creato un “fondo sovrapprezzo azioni”, marchingegno di finanza creativa costituito solo contabilmente perché liquidità in cassa proprio non ce n’era. Il che non impedì (via debito bancario, come al solito) di erogare milioni su milioni a favore di Società del Palazzo dei Congressi, Aeradria e Tram servizi”.
Finita? Macché. Nel 2009 viene contratto il famoso mutuo di 46,5 milioni di euro con Unicredit e vengono sottoscritte anche le lettere di patronage “forti”, equiparabili a vere e proprie fideiussioni (“delle quali nei successivi bilanci di Comune e Provincia non v’è traccia”).
Arriviamo al 2013, “quando, nell’impossibilità di pagare il mutuo Unicredit (nonostante previsioni fantasmagoriche per quanto riguarda gli utili del Nuovo Palas) Comune e management si inventano la variante di via Simonini (centro commerciale e piscina), attraverso cui incamerare una ventina di milioni per strappare da Unicredit una moratoria per il 2014, nell’attesa di utili previsti per il 2016 o per il 2017”.

Dieci anni di previsioni sballate

Il sistema fieristico-congressuale riminese “da dieci anni va avanti così, “con la reiterazione di previsioni ogni volta sballate e con la sceneggiata finale (cosa dell’altro ieri) d’una delibera del Consiglio Provinciale che qualche giorno fa ha cercato di salvarsi l’anima”. Con quale credibilità, si domanda Dreamini, i soggetti che hanno condotto il gioco fino ad oggi, parlano adesso di privatizzazione? Quando, come e in che misura? “Cosa c’è sotto questo incredibile gioco delle tre carte che, replicando ogni volta preventivi, sempre e comunque sbagliati, sembra presagire per la Fiera lo stesso default di Aeradria? Quel medesimo calcolo statalista e dirigista che, pur di non mollare Fiera e Palas, è sempre rifuggito dall’unica mossa sensata (ancor oggi possibile) di privatizzare sul serio e non per finta: tipo la Novarese, per intenderci. Giungendo di fatto a un’alternativa secca tra default generalizzato (Fiera e Città insieme) e l’aborrita “bolognesizzazione”. Cosa che consegnerebbe anche la Fiera, dopo Servizi e Aeroporto, nelle mani d’un padre-padrone Felsineo pronto a ricompensare con presidenze e consigli d’amministrazione (vedi il deja vu di HERA) i quadri locali, responsabili d’aver condannato a morte una città a quel punto espropriata di tutto”.

La Fiera si salva, il Palas affoga

Nel dettaglio il libro bianco “salva” la Fiera che “è riuscita nell’impresa di remunerare il costo iniziale grazie ad un considerevole cash flow (utile + ammortamenti) conseguito negli anni decorsi”, anche se i risultati sarebbero stati migliori senza la galassia delle società controllate. La sola “Expoglobe, partecipata al 49% da TTG Italia, società controllata da Rimini Fiera S.p.a., che nelle intenzioni doveva nientemeno competere col Bit di Milano, posta in liquidazione e chiusa nel 2010, ha conseguito perdite superiori a 4 milioni di euro”.
E’ invece il Centro Congressi a navigare in cattivissime e melmose acque. “L’investimento del Centro Congressi pone a rischio la sopravvivenza del sistema fieristico-congressuale riminese ed ora richiede drastici provvedimenti, necessari anche per mantenere la piena funzionalità degli Enti locali corresponsabili nell’azzardo gestionale”. La lezione non è ancora servita ai nostri amministratori tanto che hanno accettato, per fare quadrare i conti, la previsione per la Metropolitana di Costa di 5 milioni di passeggeri annui fra Rimini e Riccione”.
La domanda delle cento pistole è: perché ci si è imbarcati in un’avventura del genere? “Perché il management di Rimini Fiera S.p.a. é politicamente molto influente e grande protagonista del consociativismo riminese (è sufficiente verificare la composizione dei consigli di amministrazione delle venti società della galassia Fiera)”, risponde Dreamini. E nell’azione di sponda a Lorenzo Cagnoni, aggiungiamo noi, va aggiunto anche il principale partito di opposizione (almeno sulla carta) a Rimini, Pdl-Fi, che ha difeso e continua a difendere a spada tratta Cagnoni e l’operazione Palas.
Con un costo di costruzione salito dagli iniziali 82 milioni di euro ad oltre 100 milioni, il Palas è la vera croce che rischia di affossare tutto.

Delibere pasticciate

Il libro bianco boccia la recente delibera della Provincia, che nelle intenzioni dovrebbe aprire la strada alla privatizzazione: “L’intenzione manifestata dalla Provincia è buona, ma la redazione di delibere del genere richiede ben altri contenuti”. E per smontare l’ipotesi della “fusione” con la Fiera di Bologna, lo studio di Dreamini passa in rassegna i conti economici riclassificati delle fiere di Bologna, Rimini e Parma. Bologna è in sofferenza: “La gestione bolognese si caratterizza per i risultati negativi conseguiti nell’operatività interna, parzialmente compensati dai proventi (dividendi) delle partecipazioni in società che operano all’estero”. Parma, per una serie di ragioni (compresa quella di non avere costituito società controllate”), “é in controtendenza e consegue risultati positivi anche in periodi di crisi”. L’alleanza con Bologna sarebbe utile solo a quest’ultima perché la Fiera felsinea è “in difficoltà e soffre più delle altre fiere emiliane la concorrenza di Milano; l’integrazione, fortemente desiderata dalla Regione, le consentirebbe non solo di definire il calendario delle manifestazioni, ma anche il luogo di attuazione. L’ipotetica fusione fra Bologna, Rimini e Parma, avrebbe certamente, anche per ragioni territoriali, il suo baricentro a Bologna, ove sarebbe posta la testa pensante”.

Il disegno bolognese: “mangiarsi” Rimini Fiera
La fusione, di fatto, consisterebbe nell’incorporazione delle società riminesi in Bologna Fiere S.p.a., realizzando finalmente il disegno bolognese, con buona pace degli interessi riminesi. “La fusione apparirebbe inizialmente fra due società, ma concretamente sarebbe propedeutica all’incorporazione di Rimini Fiera S.p.a. in Bologna Fiere S.p.a. In tal modo, anche con una presidenza riminese, il luogo per le manifestazioni e gli eventi sarebbe deciso a Bologna, completando il sacrificio dell’economia riminese, iniziato con i servizi pubblici, proseguito con l’aeroporto ed ora a rischio per l’indotto creato dal sistema fieristico – congressuale che può anche perdere”. Ce n’è anche per la Regione, caldamente invitata a svolgere un ruolo di regolatore, abandonando ogni pretesa di assumere un ruolo attivo gestionale.

La ricetta

L’unica soluzione per salvare l’economia riminese è rappresentata dalla cessione della maggioranza del capitale delle aziende pubbliche.
Come se ne esce? Con difficoltà, anzitutto. Ma la strada obbligata, indicata da Dreamini, è quella della cessione della maggioranza della partecipazione, attraverso una “gara – con l’assistenza di un advisor di rilevanza internazionale – da indire da parte degli attuali soci pubblici per la cessione in un unico lotto della maggioranza del capitale di Rimini Fiera S.p.a. e della società Palazzo dei Congressi S.p.a. poiché, oltre all’incrocio dei debiti bancari, si tratta di attività sinergiche”. La cessione, oltre ad eliminare un preoccupante indebitamento, assicurerebbe notevoli risorse ai soci pubblici, ipotizzabili in oltre 200 milioni di euro, che si riverserebbero in investimenti sul territorio, ora limitati dall’emergenza Centro Congressi. E se in passato è stato il management a dettare la linea alla proprietà, ora è proprio il caso di cambiare verso.


12 luglio 2014