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Il canto libero di Paolo Gessaroli

 

Non credo che la canzone di Battisti e Mogol Il mio canto libero sia mai stata cantata in una chiesa ed in particolar modo in occasione di un funerale. Invece è capitato sabato primo agosto nella chiesa di Gesù Nostra Riconciliazione a Rimini per le esequie di Paolo Gessaroli, 72 anni, il cui cuore ha ceduto dopo alcuni mesi di sofferenze. Suo figlio Manlio, al termine della messa ringraziando ha spiegato che loro sono cresciuti con le canzoni di Battisti e quindi ha chiesto e ottenuto il permesso del sacerdote che presiedeva la messa di ascoltare questa canzone ‘non di chiesa’ e così è stato, ma alla voce di Luca De Sio si è presto unita una buona parte dell’assemblea, anche dei più giovani che sapevano a memoria questa canzone nonostante risalga alla fine del 1972 e che da febbraio ad aprile ‘73 rimase in vetta alla hit parade per quasi tre mesi, ai tempi in cui internet era solo uno sconosciuto e segreto mezzo di comunicazione militare.

Paolo Gessaroli è uno dei primi e più fedeli amici della comunità di Comunione e liberazione a Rimini ma nella chiesa c’era non solo il movimento ma i tanti amici che ha incontrato nella sua intensa attività di lavoro e di amicizie. Saranno state circa 1200 persone che si sono unite alla moglie Cleide, ai figli Massimiliano, Manlio, Giacomo e Stefania nonchè i nipoti, altri familiari e una moltitudine di amici. Tra questi qualcuno della ‘prima ora’ come Lele Burnazzi ma anche gli onorevoli Sergio Pizzolante e Tiziano Arlotti. Sull’altare invece una decina di sacerdoti, anche questi, a vario titolo, che avevano conosciuto Paolo per la sua infaticabile generosità e impegno sociale e umano illuminato e rafforzato da un giudizio di fede sulla realtà. In primis il parroco storico della Riconciliazione e cioè don Domenico Valgimigli, l’attuale parroco don Giuseppe Maioli e poi tanti sacerdoti provenienti dalle file di Cielle: don Mario Vannini, don Roberto Battaglia, don Stefano Vendemini (conosciuto ormai come don Bubi), don Claudio Parma, don Giuliano Renzi, don Giorgio Pesaresi, poi il direttore del settimanale Il Ponte don Giovanni Tonelli, e padre Salvatore Talacci.

Don Mario, che aveva conosciuto Paolo Gessaroli quando era un giovane cappellano a Riccione e di cui era stato in qualche modo sempre amico e compagno di avventura nella vita e nella comunità di Comunione e liberazione, nell’omelia ne ha tracciato una breve biografia. Con un’azzeccata citazione don Mario ha detto che la notizia della morte gli aveva riportato alla mente un passo di Thomas Eliot tratto da I cori della Rocca, che descrivono l’uomo che cerca di rispondere nella sua vita privata e sociale all’accadimento dell’Incarnazione di Cristo. Il poeta inglese conosceva bene le ferite e le cadute di noi uomini, tuttavia scriveva con una forza descrittiva straordinaria: “eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce; sempre sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via”.
Rivolgendosi direttamente alla moglie Cleide e ai figli, don Mario s’è detto sicuro che avrebbero capito il motivo per cui la notizia della morte del loro caro, gli aveva fatto venire in mente questo passo di Eliot: “Dalla prima volta che l’ho incontrato nel ‘66 – ha detto don Mario – l’ho visto presente in tutto lo svolgersi della vita della comunità di Cl a Rimini”. Una comunità che è nata dal carisma di don Giarcarlo Ugolini che a sua volta era rimasto colpito e affascinato da don Luigi Giussani, il prete milanese di cui divenne uno dei più grandi amici. Don Mario anzi ha detto che chiunque scriverà la storia di questo movimento a Rimini, si troverà a dover scrivere il nome di Paolo Gessaroli parecchie volte. Così Paolo, “coinvolgendo la moglie Cleide, compagna fedele nella buona e nella cattiva sorte, a volte insofferente, a volte entusiasta, ma sempre accanto a Paolo, fino a questi ultimi dolorosi mesi. Dio che vede nel segreto lo ricompenserà. Ma la vera ricompensa è l’amicizia con Gesù. Non è forse il matrimonio, ha proseguito don Mario, una particolarissima forma di amicizia tra l’uomo e la donna, un farsi compagnia nel cammino verso il destino? E così Paolo ha coinvolto anche i figli che via via arrivavano. E’ stato protagonista del primo nucleo di convivenza tra gli adulti della comunità (che, com’è noto, è nata nel mondo della scuola) con l’insediamento di via Bergalli, in una palazzina della zona della Colonella, dove alcune delle prime famiglie degli universitari si erano trasferite. Poi insieme a tanti altri andò ad abitare nelle palazzine della ‘Nuova Resistenza’ in via della Fiera dove Paolo è vissuto fino all’ultimo insieme alla moglie. Quelle palazzine che furono progettate e costruite con case spaziose e molto ampi corridoi, che dovevano servire agli incontri e ai momenti di festa e convivialità. In quel periodo nacque anche il suo lavoro nella nuova parrocchia che sorgeva nell’area Peep, lavoro che non si è mai interrotto”.

Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 fu protagonista della nascita di Radio Riviera, una delle prime a Rimini e in Italia. Una radio che non trasmetteva solo musica ma anche notiziari e programmi culturali e d’intrattenimento, e in quegli anni era ascoltatissima. Gessaroli lavorava allora come procacciatore di sponsor. Il direttore era Alver Metalli, giornalista e scrittore che oggi vive a Buenos Aires. Quando gli ho comunicato la notizia mi ha ringraziato e ha usato una sola frase di commento: “Era una grande persona!”

A questo punto don Mario ha accennato ad un altro aspetto del lavoro di Paolo, l’impegno politico e sociale, “quando il nostro movimento credeva ancora nella ‘palingenesi della politica’: il progetto ’85 (con alcuni amici che entrarono in giunta), le campagne elettorali per Nicola Sanese; ed ancora l’impegno nel ‘Cll’ (Comunione e liberazione lavoratori) e la presenza cristiana nel suo ambito di lavoro, l’amministrazione pubblica. Il sostegno decisivo, per anni e anni, nella ricerca di sponsor della manifestazione del Meeting”.
Proprio il giorno del funerale i responsabili del Meeting hanno chiuso un accordo con un importante sponsor della manifestazione a cui, nei mesi scorsi, aveva lavorato lo stesso Gessaroli.

Negli ultimi tempi poi aveva sposato la lotta del Comitato V Peep contro i maggiori oneri degli espropri delle aree che, dopo decine e decine d’anni, l’amministrazione vuole fare ricadere ora sugli affittuari. Ma ancor più recentemente e proprio poco prima della sua malattia l’impegno per costruire un nuovo soggetto politico (‘Dreamini’) e anche l’appoggio e la stima al comitato Nazarat che ormai da un anno, organizza ogni mese in piazza Tre Martiri un momento di preghiera e testimonianza a sostegno dei cristiani perseguitati in Medio Oriente. Don Mario ha ricordato anche che Paolo non evitava di criticare apertamente o discutere, anche all’interno del movimento, alcune scelte o giudizi che lui riteneva inadeguati o sbagliati. Ogni sabato s’incontrava con un gruppo di amici per la scuola di comunità, presente lo stesso don Mario. E in una delle ultime occasioni, Paolo ha criticato la nota di Cl con la quale Carron annunciava di non aderire alla manifestazione del family day del 20 giugno in quanto movimento, ma lasciava la decisione della partecipazione alla singola persona. Paolo fu abbastanza deciso e veemente, al punto che lo stesso don Mario fece questa battuta sorridendo: ‘Ma tu scusa, non sei il padre di Manlio che guida la comunità a Rimini?…’ e così, durante l’omelia funebre, c’è stato tra i presenti anche qualche sorriso.

Don Mario infine ha rilanciato una impressione e una domanda sortagli appena la settimana scorsa, quando insieme alla sorella di Paolo, Patrizia, è andato a trovarlo nell’ospedale a Ravenna: “Mi sono domandato cosa volesse dire in quella condizione vivere il movimento. Fisicamente non avrebbe più potuto fare nulla e allora ho pensato che il Movimento come cuore non è aderire a iniziative o fare discorsi, ma è affermare e restare in quella posizione umana positiva dentro le circostanze, che solo può nascere dal sentirsi voluti e abbracciati da Gesù in ogni momento”. Ma don Mario s’è spinto ancora più in la domandandosi se Paolo avesse meritato la ‘vita eterna’: “Saremmo matti e sbaglieremmo di grosso se pensassimo di meritare la ‘vita eterna’ con le nostre prestazioni e la nostra coerenza; chi di noi è coerente? Ma se il ‘merito’ è il nesso che c’è fra ciò che faccio e il Destino presente anche qui ora, lo svolgere il compito della vita per amore a Gesù, fosse anche quello di sparecchiare la tavola, questo è un atto meritorio. Allora certamente Paolo ha meritato la vita eterna perché nelle sue azioni, anche dove c’è stata incoerenza, c’era amore a Gesù, se non altro nel dolore per il tradimento e la dimenticanza del Grande Amico. Quindi anche per noi c’è la speranza della vita eterna”. Poi don Mario ha concluso: “Arrivederci, Paolo, in Paradiso”.




 Serafino Drudi